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Il ’68 – L’inizio del futuro del mondo

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Il ’68 – L’inizio del futuro del mondo


L’argomento  riguarda un periodo storico vissuto da tutti noi più che quarantenni, con alterne coscienze: chi da bambino, chi da giovanotto e chi invece da adulto.

E’ stata un’era per la cui trattazione sarebbero necessari infiniti approfondimenti. Io oggi tenterò di essere il più breve possibile compatibilmente con l’approfondimento necessario per il conseguimento dell’obiettivo che mi sono fissato in questa trattazione.

Talora una data storica dà il nome non solo al fatto di cui è l’indicatore cronologico ma anche ai suoi protagonisti: è il caso del Sessantotto e dei suoi attori, i sessantottini.

Poco importa poi se i fatti che hanno caratterizzato questa data, che ancora ai giorni nostri fa discutere animatamente, abbia preso l’avvio nel ’67, come vedremo più avanti.

Poco importa ancora se poi ci rendiamo conto che il “movimento del 68” sia durato sino al 1977.

Quello che è veramente importante è che i fatti avvenuti in quel periodo hanno avuto come inizio, come spinta “il movimento del ‘68”.

Nessuno di noi, allora bambini dediti al gioco e alla spensieratezza, poteva capire e immaginare che stavamo vivendo un’epoca che sarebbe rimasta nella storia come una delle più importanti tappe nella esplicazione delle libertà.

Il mio intendimento, questa sera, è quello di rappresentarvi, mi auguro nel modo più vicino possibile alla realtà, gli ambiti in cui si è sviluppato il movimento, le motivazioni che l’hanno spinto, i personaggi che ne hanno decretato l’importanza, e gli eventi che sono accaduti in questo anno.

E questo per dimostrare come le motivazioni che hanno spinto il movimento ad aggregarsi, a protestare e a fare sentire la propria voce altre non sono che l’esplicazione pratica dei principi che da sempre sono quelli fondanti della nostra istituzione sociale.

E questo non per dire che non ci sarebbe stato bisogno di questo movimento ma, anzi, per affermare che era necessario che i moti del ’68 siano esistiti perché attraverso essi si è capito come i principi sociali erano, e sono, l’esplicazione di necessità e diritti fondamentali dell’uomo, sino a quel momento inesplicati alla gran massa di profani, allora come ora, anche se vissuti in modi e per motivazioni socio/politiche/culturali diverse.

Nell’approntare questo lavoro mi sono reso conto che molteplici erano i modi di approcciarne il racconto. Per facilità di informazione, comodità di raffronto e per completezza di narrazione ho collegato tra loro i singoli accadimenti di quell’anno, da me vissuti e ricordati in modo tra loro slegato, in modo tale che facessero parte di un medesimo percorso e quadro temporale.

Sul risvolto di copertina del libro “1968”, di Mark Kurlansky, è scritta una frase tratta da una recensione del San Francisco Chronicle:

“Ciò che noi oggi siamo, lo dobbiamo al Sessantotto”.

Allora cerchiamo di capire che cosa è stato il 1968.

E’ stato un complicato intreccio di uomini, donne, idee, episodi, comportamenti, aspirazioni, desideri e delusioni.

E’ stato un vento di cambiamento che ha soffiato, da quel momento in poi, su più di una generazione e ha segnato la rottura con un assetto sociale e politico definito, dai più, sclerotizzato e autoritario.

E’ stato un sentimento universale che ha portato alla rivolta collettiva e ad un nuovo umanesimo.

Ed è sintomatico che la rivolta sia nata dai cosiddetti figli del boom, quelli cioè che non avevano vissuto la seconda guerra mondiale, a strappare il velo dell’oscurantismo, a urlare: “la fantasia al potere”.

Come dice lo storico Marco Revelli, per la prima volta, ed anche prepotentemente, l’Umanità è diventata un soggetto storico e morale di riferimento.

Il movimento che si generò in quegli anni fu:

 

  • spontaneo,
  • internazionale in quanto coinvolse praticamente tutti gli stati, civili o meno, gli USA con il movimento per i diritti civili, Cuba con la presenza del Che Guevara e della sua lotta contro “l’imperialismo americano”, in Cina con la Rivoluzione culturale, in Cecoslovacchia con la Primavera di Praga, in Francia con le vicende legate al Maggio francese ma anche in Germania, Jugoslavia, Giappone, Messico…..
  • Rivoluzionario in quanto investì tutti gli ambiti della vita quotidiana e non solo quelli politici, guidato dagli studenti, e più in generale dai giovani, seguiti a loro volta dagli adulti che, insieme, occuparono scuole e università, luoghi di lavoro e fabbriche e che istituirono la protesta di massa e di classe attraverso l’uso degli scioperi

Il ’68 è stata una forza che, senza centri di direzione e strutture organizzative, si è trasmessa da una parte all’altra del continente conservando, nonostante i differenti contesti ideologici e politici, un’impressionante omogeneità sia nelle forme che nei linguaggi.

Quella generazione si è mossa compatta contro l’autoritarismo e l’arretratezza delle strutture scolastiche, degli apparati statali, dei luoghi di produzione, in nome di un mondo utopico senza capitale e senza alienazione, senza miseria e disoccupazione.

Ma il Sessantotto fu soprattutto una violenta deflagrazione planetaria globale, dove, per la prima volta si coniò il termine globalizzazione, legato in quel momento alla rilevanza del fenomeno che stiamo descrivendo ma in seguito utilizzato come un elemento unificatore, soprattutto a livello economico.

Movimento globale perché il sessantotto ha avuto i suoi prodromi anche nell’arte, nella musica, nella letteratura, nello sport e nella politica.

  • Nell’arte ha portato ad una nuova espressione che si adatterà alle nuove esigenze del mondo culturale, la Pop-art. I pittori erano diventati un tutt’uno con il mondo fisico esterno tanto che nei loro quadri era difficile distinguere quanto fosse proprio del pittore e quanto invece legato al mondo esterno.

I maggiori interpreti di questa espressione sono stati Oldenburg, Liechtenstein e Andy Wahrol di cui sono famose le rappresentazioni di politici e divi, su tutti quelle di Marilyn Monroe.

  • Nella musica la contestazione, invece, ha trovato il canale di diffusione più incisivo. Il modello musicale fu il rock’n roll, musica bianca che interpretava il senso di inquietudine, protesta e ribellione dell’epoca. Metteva al bando la musica melodica e sentimentalista producendo un nuovo sound, provocatorio, in cui libertà in musica, nei costumi e nella libertà sessuale si fondevano.

Fra i maggiori interpreti possiamo ricordare Elvis Presley. Per il movimento Hippie, i famosi “figli dei fiori”, ricordiamo Joan Baez e Bob Dylan, con la sua indimenticabile “Blowing in the wind”.

In Italia dobbiamo ricordare, tra gli altri, De Andrè in “Storie di un impiegato”, Francesco Guccini con “Dio è morto” e i Nomadi con “Come potete giudicar”.

Tutti brani che mettevano in risalto le contraddizioni che si vivevano in quel periodo e che il sessantotto voleva combattere: i pregiudizi, l’alienazione del lavoro post rivoluzione industriale, la totale mancanza di ideali per cui vivere.

  • Infine lo sport. Le grandi manifestazioni sportive, negli anni sessanta, si rivelarono un utile e importantissimo strumento di pressione politica o anche una ideale cassa di risonanza per atti che con lo sport non avevano nulla a che fare.

Il fenomeno ebbe il suo esempio più eclatante durante i giochi olimpici del 1968 a Città del Messico. In quella occasione infatti vi fu la protesta antirazzista degli atleti di colore statunitensi Smith e Carlos, oro e bronzo nei 200 metri. Penso che tutti noi abbiamo visto almeno una volta la foto in cui, sul podio della premiazione, alzarono il pugno chiuso in un guanto nero (simbolo del movimento del Black power) e chinarono la testa quando venne suonato l’inno americano.

Smith, sceso dal podio disse “Se io vinco dicono che sono un americano, non un nero americano. Se però faccio qualcosa di sbagliato diranno che sono un negro. Noi siamo neri e siamo orgogliosi di esserlo. L’America comprenderà ciò che abbiamo fatto stanotte”.

A seguito di ciò il comitato olimpico tolse loro le medaglie e bandì i due atleti dai giochi olimpici.

Sento che la mia generazione ha un rapporto strano con i protagonisti di quella stagione.

Li guardiamo con invidia ma anche con rimprovero.

Con invidia in quanto ci hanno dimostrano di essere quello che noi non sappiamo essere oggi; persone che hanno delle idee e che lottano strenuamente per affermarle, per difenderle. Persone che hanno trovato dentro di loro una forza trainante e innovatrice.

Con rimprovero perché i giovani di allora, per lo più, oggi sono diventati gli oscuri burocrati di questa nostra società.

Tutti questi esempi mettono in evidenza una sola cosa: il sessantotto è stato un crocevia in cui la generazione di allora si è trovata a scegliere tra l’esistere o il contare.

Quella generazione infatti ha dovuto fare i conti con i profondi cambiamenti che avvenivano in quegli anni. Il boom economico, l’espansione edilizia e la diffusione sterminata di merci, case, automobili fecero arrivare una ventata di benessere.

Come conseguenza di ciò fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

In questo contesto i giovani non ritrovavano gli spazi per poter esprimere le loro necessità, il loro essere più profondo e potersi confrontare tra di loro.

Si sentono prigionieri di uno status vestito loro addosso e di cui non si sentono protagonisti. Lottano contro l‘atteggiamento protezionista dell’epoca che vivono come un sopruso di cui si sono macchiati la società, (termine usato indistintamente verso tutti e che comprende istituzioni, stato, scuola, famiglia) e la famiglia stesa che non permette loro di potersi autodeterminare.

Ed ecco perché iniziano a ricercare tutte le forme di libertà che li affranchino dalle oppressioni: gli scioperi, le comuni, i figli dei fiori, i grandi concerti come Woodstock, la lotta contro tutte le guerre, contro il razzismo, contro il totalitarismo e la cui antitesi era la ricerca del sesso libero. Famoso lo slogan “fate l’amore e non la guerra”

Tutte forme di contestazione vissute come estreme che estreme sono diventate perché avevano come unico obiettivo, a ragione o a torto che sia, la contestazione:

  • verso la famiglia e la figura dei padri che non riescono a capire le loro esigenze ed anzi li opprimono con la richiesta di osservare le regole, della famiglia, della società, del vivere comune;
  • verso la scuola, vissuta come massificata che non ha programmi al passo con i loro tempi e che non da loro istruzione e cultura ma autoritarismo e dogmatismo e che li forma in modo lontano dalla realtà e che quindi crea disoccupati ignoranti;
  • verso lo stato vissuto come stato di polizia dove non è possibile protestare e fare sentire la propria voce se non con gesti estremi come gli scioperi e le manifestazioni di piazza, fino ad arrivare alle occupazioni delle scuole e delle università
  • verso la chiesa che, lungi dall’essere moderna e vicina alle necessità dei giovani, proprio nel ’68 rende pubblica l’Enciclica “Humanae vitae” con cui Paolo VI condanna ogni forma di contraccezione con metodi artificiali e ribadisce legittima la sola sessualità coniugale a scopi procreativi

Tutto il contesto sociale dell’epoca, le strutture statali, la scuola, la chiesa non erano preparate a gestire una contestazione di quella portata.

Una contestazione covata per tanto tempo e che è esplosa a 360° coinvolgendo tutto e tutti, trattando di libertà nell’accezione più ampia:

  • libertà di autodeterminarsi (i neri d’america)
  • libertà di culto (ateismo e laicismo)
  • libertà di informazione (grazie a questi anni si è iniziato a parlare di Palestina e di palestinesi)
  • libertà di emancipazione (dei popoli, delle donne, delle minoranze)
  • libertà di potersi affrancare dal bigottismo imperante secondo cui tutto doveva procedere secondo le tradizioni e contro cui non era permessa alcuna critica ne tantomeno scelta autonoma

Leggendo con attenzione la cronaca degli avvenimenti del ’68 mi ha colpito la grande velocità con cui gli eventi sono accaduti ma soprattutto la grande difficoltà che tutti, famiglia, stato, istituzioni scuola, hanno avuto nel comprendere e gestire, o non riuscire a proprio a gestire, quel grande fiume in piena che è stato il movimento.

Per la verità, in Italia il ‘68 iniziò alla fine del 1967 – il 17 Novembre 1967, Domenica con l’occupazione della cattolica di Milano.

Poi è proseguita con Valle Giulia, (l’universita occupata e liberata il 1 marzo 1968 con le cariche della polizia, i lacrimogeni, gli scontri, gli arresti, i feriti).

Cominciano anche gli operai della Pirelli che a marzo danno vita al 1° Comitato di base contestando duramente l’accordo sul loro contratto di lavoro.

Gli operai della Marzotto resistono alle cariche della polizia e danno vita ad una battaglia in tutta italia, che finirà con l’arresto di 42 persone.

Ma anche in Europa: a Parigi, durante il Maggio francese 800.000 persone sfilano negli Champs Elysee contro gli incidenti e le repressioni della polizia.

In Cecoslovacchia, ad agosto, il patto di Varsavia con un’invasione mette fine alla Primavera di Praga.

A Città del Messico, le dure proteste tutto l’anno hanno il loro culmine nell’ottobre con l’esercito che spara con le mitragliatrici su una manifestazione studentesca uccidendo più di 100 studenti.

La strage di Tlatelolco. In questa occasione viene ferita anche la giornalista Oriana Fallaci.

Però la data che ritengo più importante è quella del 4 Aprile 1968 quando il mondo capisce che la strada ormai è aperta senza scampo e che il futuro è iniziato proprio allora. A Memphis viene ucciso Martin Luther King e due mesi dopo viene ucciso anche Robert Kennedy.

Luther King nella sua famosa “I have a dream” scriveva

“Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!”

Quel sogno era il sogno di tutti i sessantottini che volevano e cercavano la libertà, chiedevano il rispetto delle loro idee, volevano vivere in un mondo in cui tutti si doveva essere uguali, senza distinzione alcuna di razza, religione e credo, volevano vivere nella fratellanza tra di loro e con tutto il mondo.

Ed eccoci arrivati…. Sembra un caso…oppure no….Libertà, uguaglianza fratellanza.

I concetti che, forse, nella superficialità dei nostri ragionamenti pensiamo siano propri solo della nostra intimità e del nostro percorso di vita.

Concetti che diamo per scontati nella loro esistenza ma che esistono solo ed esclusivamente perché c’è stato chi, nel passato, li ha tolti dall’oblio, li ha nominati quando erano innominabili, gli ha dato giustizia e ha lottato per dare loro un valore.

Concetti che noi, oggi, conosciamo molto bene e che dovremmo riuscire a professare sia durante i nostri lavori che nell’esplicazione della nostra vita profana.

I sessantottini hanno dedicato la loro passione, le loro energie, le loro convinzioni, hanno sofferto, lottato e combattuto per gli ideali che hanno partorito il mondo in cui viviamo.

La loro lotta ci consente, oggi, di essere considerati:

  • liberi…….di agire, di parlare, di incontrarci, di dissentire, di criticare;
  • uguali……per vivere insieme, senza differenza di censo, età, condizione economica, razza, colore, religione;
  • fratelli…. per poter condividere le passioni, idee, volontà, sofferenze, progetti;

Oggi, noi, condividendone alcuni ideali , dobbiamo farci delle domande.

Abbiamo la loro stessa consapevolezza della nostra esistenza nel mondo di oggi?

Siamo convinti di essere veramente liberi di parlare, poter giudicare, esprimere un parere ed essere compresi?

Consideriamo gli altri, fratelli e profani, nostri pari, uguali a noi, degni di percorrere una via comune, iniziatica o profana che essa sia, con il rispetto che i differenti pensieri meritano?

Siamo certi che tutti i fratelli abbiano la convinzione di condividere appieno le altrui idee come fossero le proprie o piuttosto il contrario?

Io penso che per noi massoni sia arrivato il momento di riappropriarci delle nostre prerogative, dare evidenza alle contraddizioni che animano la nostra epoca e, così come i nostri padri sessantottini, promuovere nei modi e nelle forme attuali ciò che di buono il passato ci ha fatto conoscere al fine di rendere migliore il nostro futuro.

Questo era lo stesso scopo del movimento del ’68 e questo dovrebbe essere, quotidianamente, lo scopo che anima chi, come noi, ha in massima considerazione il rispetto, l’uguaglianza e la libertà propria e altrui in un divenire che, anno dopo anno, sia la premessa del nostro futuro.

Il loro esempio allora…. Il nostro impegno da oggi

Dio E’ Morto

Ho visto

la gente della mia età andare via

lungo le strade che non portano mai a niente,

cercare il sogno che conduce alla pazzia

nella ricerca di qualcosa che non trovano

nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,

dentro alle stanze da pastiglie trasformate,

lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,

essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà

e un dio che è morto,

ai bordi delle strade dio è morto,

nelle auto prese a rate dio è morto,

nei miti dell’estate dio è morto…

Mi han detto

che questa mia generazione ormai non crede

in ciò che spesso han mascherato con la fede,

nei miti eterni della patria o dell’ eroe

perchè è venuto ormai il momento di negare

tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,

una politica che è solo far carriera,

il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,

l ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto

e un dio che è morto,

nei campi di sterminio dio è morto,

coi miti della razza dio è morto

con gli odi di partito dio è morto…

Ma penso

che questa mia generazione è preparata

a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,

ad un futuro che ha già in mano,

a una rivolta senza armi,

perchè noi tutti ormai sappiamo

che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,

in ciò che noi crediamo dio è risorto,

in ciò che noi vogliamo dio è risorto,

nel mondo che faremo dio è risorto…


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